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I SINTOMI PIU' FREQUENTI > ASMA BRONCHIALE

Bambini e asma: attenzione a snack salati e videogames

Alimentazione errata e troppa televisione/videogames sono fattori di rischio per lo sviluppo di asma nei bambini: queste le conclusioni dello studio PANACEA, condotto su 323 bambini greci di 10-12 anni di età. Oltre a una prevalenza di asma del 23,7%, lo studio ha evidenziato che abitudini non salutari, come il consumo di snack salati e il tempo trascorso davanti a TV/videogames, sono significativamente associate tra loro. Il risultato principale dello studio è che il rischio di asma è aumentato di quasi 5 volte con l’elevato consumo di snack (>3 volte/settimana), mentre è significativamente ridotto nei bambini che seguono una Dieta Mediterranea

Salty-Snack Eating, Television or Video-Game Viewing, and Asthma Symptoms among 10- to 12-Year-Old Children: The PANACEA Study
Arvaniti F, Priftis KN, Papadimitriou A et al.
J Am Diet Assoc. 2011 Feb;111(2):251-7.
Abstract
BACKGROUND: Salty-snack consumption, as well as the amount of time children spend watching television or playing video games, have been implicated in the development of asthma; however, results are still conflicting.
OBJECTIVE: The aim of this work was to evaluate the association of salty-snack eating and television/video-game viewing with childhood asthma symptoms.
DESIGN: Cross-sectional study.
SETTINGS: Seven hundred children (323 male), 10 to 12 years old, from 18 schools located in the greater area of Athens were enrolled. Children and their parents completed questionnaires, which evaluated, among other things, dietary habits. Adherence to the Mediterranean diet was evaluated using the KIDMED (Mediterranean Diet Quality Index for Children and Adolescents) score.
STATISTICAL ANALYSIS: The association of children's characteristics with asthma symptoms was performed by calculating the odds ratios and corresponding 95% confidence intervals.
RESULTS: Overall lifetime prevalence of asthma symptoms was 23.7% (27.6% boys, 20.4% girls; P=0.03). Forty-eight percent of children reported salty-snack consumption (=1 times/week). Salty-snack consumption was positively associated with the hours of television/video-game viewing (P=0.04) and inversely with the KIDMED score (P=0.02). Consumption of salty snacks (>3 times/week vs never/rare) was associated with a 4.8-times higher likelihood of having asthma symptoms (95% confidence interval: 1.50 to 15.8), irrespective of potential confounders. The associations of salty-snack eating and asthma symptoms were more prominent in children who watched television or played video games >2 hours/day. In addition, adherence to the Mediterranean diet was inversely associated with the likelihood of asthma symptoms.
CONCLUSIONS: Unhealthy lifestyle behaviors, such as salty-snack eating and television/video-game viewing were strongly associated with the presence of asthma symptoms. Future interventions and public health messages should be focused on changing these behaviors from the early stages of life.


Asma e allergie nel bambino: il ruolo protettivo della Dieta Mediterranea

Lo studio internazionale ISAAC della durata di 10 anni ha raccolto informazioni su sintomi allergici e fattori ambientali in circa 50.000 bambini con età tra gli 8 e i 12 anni, per circa 29.000 dei quali era disponibile test cutaneo (prick test). La Dieta Mediterranea è risultata associata a una minor prevalenza di wheezing ricorrente e asma [p(trend)=0,03]. Nessuna correlazione è stata, invece, individuata tra cibo e sintomi allergici.

Effect of diet on asthma and allergic sensitisation in the International Study on Allergies and Asthma in Childhood (ISAAC) Phase Two
Nagel G, Weinmayr G, Kleiner A, et al.
Thorax. 2010 Jun;65(6):516-22.
Abstract
BACKGROUND: The increasing prevalence of asthma and allergy might be related to diet, particularly in Western countries. A study was undertaken to assess the association between dietary factors, asthma and allergy in a large international study including objective measurements of atopy.
METHODS: Between 1995 and 2005, cross-sectional studies were performed in 29 centres in 20 countries. Parental questionnaires were used to collect information on allergic diseases and exposure factors and data from 50 004 randomly selected schoolchildren (8-12 years, 29 579 with skin prick testing) were analysed. Random effect models for meta-analysis were applied to calculate combined ORs.
RESULTS: Fruit intake was associated with a low prevalence of current wheeze in affluent (OR(adj) 0.86, 95% CI 0.73 to 1.02) and non-affluent countries (OR(adj) 0.71, 95% CI 0.57 to 0.88). Consumption of fish in affluent countries (OR(adj) 0.85, 95% CI 0.74 to 0.97) and of cooked green vegetables in non-affluent countries (OR(adj) 0.78, 95% CI 0.65 to 0.95) was associated with a lower prevalence of current wheeze. Overall, more frequent consumption of fruit, vegetables and fish was associated with a lower lifetime prevalence of asthma, whereas high burger consumption was associated with higher lifetime asthma prevalence. None of the food items was associated with allergic sensitisation. Except for fruit juice and fruit consumption, no associations were found with atopic wheeze. Food selection according to the 'Mediterranean diet' was associated with a lower prevalence of current wheeze and asthma ever (p(trend)=0.03).
CONCLUSION: Diet is associated with wheeze and asthma but not with allergic sensitisation in children. These results provide further evidence that adherence to the 'Mediterranean diet' may provide some protection against wheeze and asthma in childhood.


Alte dosi di vitamina D per ridurre le esacerbazioni nel paziente con BPCO
Bassi livelli sierici di 25-idrossivitamina D sono stati associati a più bassi livelli di FEV1, ad un alterato controllo immunologico ed a aumentato rischio di infiammazione delle vie aeree. Poiché molti pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) presentano carenza di vitamina D, gli effetti della supplementazione di vitamina D potrebbe andare ben oltre la prevenzione dell'osteoporosi. L'obiettivo di un recente studio belga (randomizzato, monocentrico, in doppio cieco, controllato con placebo), è stato quello di valutare se la supplementazione con alte dosi di vitamina D potesse ridurre l'incidenza delle riacutizzazioni della BPCO. Sono stati arruolati nell'ospedale universitario di Leuven 182 pazienti con BPCO (da moderata a molto grave) e con una storia di recente esacerbazione, a cui sono stati somministrati 100.000 UI di vitamina D o di placebo ogni 4 settimane per 1 anno. L'esito primario era il tempo alla prima esacerbazione. Gli outcome secondari erano: tempo alla prima esacerbazione, tempo alla prima ospedalizzazione, tempo alla seconda esacerbazione, FEV1, qualità della vita e mortalità. Si è osservato un significativo aumento medio dei livelli di vitamina D nel gruppo trattati rispetto al gruppo placebo (media differenza tra i gruppi 30 ng/mL [95% CI, 27-33 ng/ml], p <0.001 ). Non vi è stata differenza significativa tra i due gruppi (hazard ratio 1.1 [CI 0.82-1.56], p = 0.41) nel tempo medio alla prima esacerbazione, tassi di riacutizzazione, FEV1, ospedalizzazione, qualità della vita e mortalità. Tuttavia un'analisi post hoc, effettuata in 30 partecipanti con grave deficit di vitamina D (livelli sierici di 25-[OH] D livelli inferiori a 10 ng/ml) al basale, ha mostrato una significativa riduzione delle esacerbazioni nel gruppo trattato con vitamina D (rate ratio 0.57 [CI 0.33-0.98], p = 0.042). La principale limitazione dello studio è costituita dall'essere stato condotto in un singolo centro con un piccolo campione di pazienti. Questo studio in cui il deficit severo di vitamina D è risultato essere un prerequisito per la risposta alla supplementazione nei pazienti BPCO ha sollecitato una discussione interessante tra gli editorialisti, in particolare sulla necessità di chiarire - anche con studi successivi - il rapporto tra rischi e benefici nella supplementazione con vit. D nei pazienti con disfunzione respiratoria.
Leohuck A et al. Ann Intern Med 2012; 156: 105-114
Gold DR and Manson JE. Ann Intern Med 2012; 156: 156-157


OSAS (Sindrome delle Apnee Notturne) nelle donne: pericolosa come negli uomini
La sindrome da apnee notturne (OSA) è ormai conosciuta come un importante fattore di rischio cardiovascolare (cv), ma gli studi riguardano prevalentemente gli uomini. Se sia un fattore di rischio cv anche per lo donne non era ancora ben sicuro e ciò ha importanza rilevante sia perché le donne russatrici sono più numerose di quanto si pensi, sia perché bisogna valutare se la CPAP(continuous positive airway pressure) è associata anche per loro ad un miglioramento del rischio. A tale riguardo un gruppo spagnolo ha raccolto i dati, in uno studio prospettico osservazionale, di due cliniche del sonno che hanno esaminato tutte le donne presentatesi per sospetta OSA (1.116) nel periodo dal 1998 al 2007, per un follow-up mediano di 72 mesi. Il gruppo di controllo era costituito da donne con un indice apnea-ipopnea inferiore a 10 e l'OSA veniva diagnosticata quando l'indice era superiore a 10. Se la CPAP veniva utilizzata per più di 4 ore le pazienti venivano classificate come CPAP-treated, se meno di 4 h CPAP untreated. L'end point era molto forte: la morte cardiovascolare. I risultati sono stati nettamente a favore delle donne con un basso indice apnea/ipopnea, a dimostrazione che l'OSA è un fattore di rischio anche per le donne, e stesso discorso vale per il trattamento: le donne con OSA severa non trattata avevano un HR di 3.50 contro 0.55 delle donne trattate con CPAP. Ma anche per le pazienti con OSA lieve moderata, se non trattate, la prognosi era peggiore di quelle trattate (HR1.60 vs 0.19). Non sembrano quindi esserci dubbi: nonostante lo studio non sia randomizzato e sia solo osservazionale, l'OSA è associata con un maggiore rischio di morte cardiovascolare anche nelle donne ed un'adeguata terapia con CPAP può ridurre questo rischio.
Campos-Rodriguez F et al. Cardiovascular mortality in women with obstructive sleep apnea with or without continuous positive airway pressure treatment: a cohort study. Ann Intern Med. 2012; 156(2):115-122


Asma refrattario: promettente la climatoterapia ad alta quota
Il trattamento ad alta quota può costituire una promettente opzione terapeutica per i pazienti che soffrono di asma grave refrattario. Lo sottolineano Lucia H. Rijssenbeek-Nouwens, del Dutch asthma centre di Davos (Svizzera) ed Elisabeth H. Bel, del dipartimento di Medicina respiratoria dell'università di Amsterdam, in una review su una tecnica utilizzata da più di 100 anni. Molti studi, sia controllati sia non controllati, hanno dimostrato i benefici effetti del soggiorno ad alta quota nei bambini e negli adolescenti con asma allergico verso gli acari della polvere di casa (Hdm). Uno studio recente ha evidenziato anche un miglioramento dei marker di infiammazione delle vie aeree negli adulti con asma intrinseco grave, suggerendo che altri fattori, oltre all'evitamento degli Hdm, potessero contribuire all'influsso positivo della climatoterapia d'alta quota sull'asma. Il clima secco della montagna – proseguono gli autori – non soltanto riduce i livelli degli allergeni degli acari, ma anche quelli dei pollini, delle spore dei funghi e dell'inquinamento dell'aria, come pure dell'esposizione alla luce UV con effetti immunomodulatori e antinfiammatori. Non sono mai stati studiati in modo sistematico trattamenti mirati al controllo dell'ambiente – è la denuncia – e ciò è sorprendente visto che i fattori ambientali sono stati riconosciuti già da molti anni come elementi importanti nella determinazione della gravità dell'asma e in seguito si sono accumulate ulteriori prove. In ogni caso, le evidenze preliminari dimostrano che gli effetti benefici del trattamento ad alta quota nei pazienti con asma refrattario grave si manifestano sui sintomi, sulla funzione polmonare e sulla necessità di corticosteroidi, indipendentemente dallo stato atopico.

CLIN EXP ALLERGY, 2011 APR 25 [EPUB AHEAD OF PRINT]


Meno asma nei bimbi più esposti a microbi ambientali
I bambini che vivono presso fattorie di campagna sono esposti a un più ampio spettro di microrganismi rispetto a un gruppo di controllo, e tale differenza spiega in gran parte la minore prevalenza di asma e atopia riscontrata in questi soggetti. Lo sostiene un team di esperti europei, coordinati da Markus J. Ege, dell’Ospedale universitario pediatrico di Monaco (Germania), dopo aver analizzato i risultati di due studi, il Parsifal (Prevention of allergy risk factors for sensitization in children related to farming and anthroposophic lifestyle) e il Gabriela (Multidisciplinary study to identify the genetic and environmental causes of asthma in the european community, advanced study) nei quali bambini residenti in fattoria sono stati confrontati con un gruppo di riferimento. Nel primo studio, campioni di polvere di materasso sono stati screenati attraverso l'analisi del Dna per individuare batteri ambientali che non potevano essere misurati con tecniche colturali; nel secondo, campioni di polveri colonizzate provenienti dalle stanze dei bambini sono stati esaminati con tecniche di coltura alla ricerca di taxa batterici e fungini. In entrambi gli studi, si è registrata una minor presenza di asma e atopia nei bambini che vivevano in fattoria ed erano anche esposti a una maggiore varietà di microrganismi ambientali. Il diverso grado di esposizione è risultato inversamente correlato al rischio di asma (rapporto incrociato, Or, pari a 0,62 nel Parsifal, 0,86 nel Gabriela). Inoltre, questa correlazione inversa è stata riscontrata anche per esposizioni circoscritte, come per esempio ad alcune specie del taxum fungino Eurotium e a una varietà di specie batteriche, tra cui Listeria monocytogenes, specie bacillari, corinebatteri e altre.
N Engl J Med, 2011; 364(8):701-9


Steroidi inalatori: dosi medie meglio che basse
Nei bambini con asma persistente di grado leggero o moderato, dosi moderate di corticosteroidi inalatori non sembrano fornire un rilevante vantaggio terapeutico rispetto all'impiego di basse dosi. In questi casi, tuttavia, il rapporto dose-risposta del trattamento con steroidi inalatori è una questione sulla quale servono dati clinici più approfonditi. Lo rivela una revisione sistematica, compiuta da Linjie Zhang dell’università federale di Rio Grande (Brasile) e altri ricercatori che lavorano presso strutture sanitarie anche svedesi e statunitensi. Sono stati presi in esame gli studi randomizzati controllati pubblicati tra il 1950 e il 2009 che avevano come oggetto la somministrazione di ≥2 dosi di corticosteroidi inalatori in giovani con asma persistente di età compresa tra 3 e 18 anni. Sono stati esaminati 14 lavori, nei quali erano stati coinvolti 5.768 bambini asmatici e utilizzati 5 diversi corticosteroidi inalatori. Gli outcome principali di questa metanalisi hanno riguardato il picco mattutino e serale del flusso espiratorio, il volume espiratorio forzato in un secondo, il punteggio relativo ai sintomi asmatici, l’uso di beta2-agonisti, l’abbandono della terapia e gli eventi avversi. Nella metanalisi sono stati confrontati dosaggi moderati (300-400 mcg/die) e bassi (≤ 200 mcg/die) dei farmaci. La differenza media standardizzata che emerge dai dati combinati di 6 studi ascrive ai dosaggi moderati, rispetto a quelli bassi, un miglioramento modesto ma statisticamente significativo del volume espiratorio forzato in un secondo tra i bambini con asma lieve-moderato (differenza media standardizzata 0,11). Non sono emerse differenze significative tra le due dosi in termini di altri outcome di efficacia. La comparsa di eventi avversi locali è stata un’evenienza rara e mancano evidenze del rapporto dose-risposta ai dosaggi bassi-moderati.
Pediatrics, 2011; 127(1):129-38

Antiasmatici: meno rimborsi e prescrizioni, più ricoveri
Una maggiore condivisione della spesa per i farmaci per il controllo dell'asma si associa a una lieve riduzione del loro uso e a tassi più elevati di ospedalizzazione per asma tra i bambini di età =/>5 anni. È un effetto della recente politica delle polizze assicurative statunitensi, che mirano a limitare la spesa per le prescrizioni mediche spostandone i costi a carico degli assistiti. Lo dimostra uno studio retrospettivo riguardante 8.834 bambini americani asmatici che avevano iniziato un trattamento di controllo della patologia tra il 1997 e il 2007.  I ricercatori - guidati daPinar Karaca-Mandic, della university of Minnesota, Minneapolis - basandosi su 37 variazioni dei “costi vivi” (out-of-pocket costs) per un paniere fisso di farmaci per l'asma, ha ipotizzato una serie di modelli multivariabili di impiego di farmaci antiasmatici, ricovero correlato alla patologia, e visite al dipartimento di emergenza (Ed), che avessero riferimento ai costi vivi e alle caratteristiche del bambino e della famiglia. Il costo vivo medio annuo dei farmaci per asma è stato di 154$ nei bambini tra i 5 e i 18 anni, e di 151$ per quelli di età inferiore ai 5 anni. Tra i 5.913 ragazzi di età compresa tra i 5 e i 18 anni, le prescrizioni per asma hanno coperto in media il 40,9% dei giorni. Durante un follow-up di 1 anno, il 2,1% ha avuto un ricovero correlato all'asma e il 3,7% una visita all'Ed. Sui 2.921 bambini di età inferiore ai 5 anni, l'uso dei farmaci in media ha riguardato il 46,2% dei giorni; il 4,7% è stato ricoverato per asma e il 7,9% ha effettuato una visita all'Ed. Un incremento dei costi vivi per i farmaci si è associato a una riduzione dell'uso di farmaci nei giovani tra i 5 e i 18 anni (41,7% vs 40,3% dei giorni) ma non vi sono stati cambi nei più piccoli. Anche i tassi di ricovero correlato ad asma sono stati superiori nei ragazzi dai 5 ai 18 anni con il crescere dei costi, ma ciò non si è verificato nei bambini più piccoli. I tassi annui di ricorso all'Ed, infine, non sono mutati in base ai costi e ai gruppi di età.
JAMA, 2012; 307(12):1284-91


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