NEWS - www.medicopratico.it - sito di Medicina Pratica Territoriale

Vai ai contenuti

Menu principale:

NEWS

I SINTOMI PIU' FREQUENTI > ALTRI SINTOMI CARDIOLOGICI > FIBRILLAZIONE ATRIALE

Troppo alcol e cresce il rischio di fibrillazione atriale


Le persone che regolarmente assumono grandi quantità di alcol hanno un rischio maggiore di sviluppare una fibrillazione atriale (Fa). Lo rivela una metanalisi condotta su 14 studi - per un totale di 130.820 partecipanti nordamericani ed europei, di cui 7.558 colpiti da Fa - da un team di ricercatori guidato da Hirohito Sone, dell'istituto di Clinica medica dell'università di Tsukuba, a Ibaraki (Giappone). Il consumo di alcol, autoriferito dai soggetti, è stato classificato come elevato (=/>1 e =/>2 drink al giorno per gli uomini e le donne, rispettivamente) o basso (<1 e <2 drink al giorno per uomini e donne). I risultati raggruppati hanno dimostrato che il rischio di Fa era maggiore del 51% tra i partecipanti che assumevano alte quantità giornaliere di alcol rispetto a quelli che ne assumevano basse dosi, e ciò anche dopo aggiustamento per gli effetti dovuti al genere, a storia di malattia cardiaca e a regione geografica. Inoltre, dopo aver svolto un'analisi dose/risposta su 9 dei 14 trial, si è osservato un incremento dell'8% di rischio per 10 grammi di aumento giornaliero di consumo di alcol. Non è noto il meccanismo attraverso il quale l'alcol favorisca l'insorgenza di Fa: si ipotizza che possa ridurre il tono vagale e danneggiare la struttura miocardica. Visto il modello lineare dose/risposta emerso, concludono gli autori, l'astinenza totale dall'alcol è il migliore comportamento per evitare il rischio di Fa piuttosto che ricorrere a un suo uso moderato.
J Am Coll Cardiol, 2011; 57(4):427-36



Attenzione all'uso del dabigatran nei pazienti con fibrillazione atriale candidati all'ablazione
Dopo l'alert degli inizi di gennaio (Dabigatran Association With Higher Disk of Acute Coronary Events. Meta-analysis of Noninferiority Randomized Controlled Trials. Ken Uchino et al. Arch Intern Med. Published online January 9, 2012. doi:10.1001/archinternmed.2011.1666), ecco un'altra segnalazione riguardante un potenziale svantaggio nell'utilizzo del dabigatran. Un gruppo di cardiologi americani ha segnalato sul numero di JACC del 24 gennaio che, in pazienti sottoposti ad ablazione di fibrillazione atriale (FA), l'uso periprocedurale di dabigatran aumenta significativamente il rischio di sanguinamento e/o di complicanze tromboemboliche rispetto all'utilizzo di warfarin. In questo studio prospettico multicentrico sono stati inclusi 290 pazienti con FA parossistica (età media 60 anni, 79% maschi), provenienti da 8 diversi centri degli USA, di cui 145 randomizzati ad assumere dabigatran ed altri 145 ad assumere warfarin nel periodo peri-procedurale. Come è possibile evincere dalle dueTabelle accluse

• 3 complicanze tromboemboliche (2,1%) si sono verificate nel gruppo dabigatran e nessuna nel gruppo warfarin (p=0.25),
• il gruppo dabigatran ha presentato inoltre una incidenza significativamente più alta di sanguinamenti maggiori (6% vs 1%; p=0.019) e di sanguinamenti totali (14% vs 6%; p=0.009) rispetto al gruppo warfarin,
• inoltre, ad un'analisi di regressione multivariata, il dabigatran si è confermato un predittore indipendente di sanguinamento o complicanze tromboemboliche (odds ratio 2.76; 95% IC 1.22 a6.25; p=0,01).
Tanto che gli AA hanno così concluso l'articolo: "In patients undergoing AF ablation, continuation of dabigatran during the periprocedural period is associated with an increased risk of bleeding and composite of bleeding or embolic complications compared with uninterrupted warfarin therapy. Further studies are needed to identify the optimal periprocedural anticoagulation strategies in patients on dabigatran undergoing AF ablation".
Lakkireddy D et al. Feasibility and Safety of Dabigatran Versus Warfarin for Periprocedural Anticoagulation in Patients Undergoing Radiofrequency Ablation for Atrial Fibrillation Results From a Multicenter Prospective Registry.
J Am Coll Cardiol 2012; doi:10.1016/j.jacc.2011.12.014 (Published online 1 February 2012)



L'auto-monitorizzazione della TAO
Gli antagonisti della vitamina K sono stati usati con successo per più di 50 anni nella terapia anticoagulante orale (TAO) dei pazienti a rischio di tromboembolismo venoso o arterioso, però la loro gestione non è semplice. Esistono  a tale proposito gli ambulatori dedicati ma un notevole interesse ha destato l'introduzione di sistemi computerizzati che, previo addestramento, permettono al paziente stesso di gestire la sua coagulazione. Heneghan e collaboratori hanno fanno il punto su queste nuove metodiche con una metanalisi di 11 studi che avevano confrontato la TAO auto-monitorizzata con la TAOcontrollata in modo convenzionale. Ebbene, l'auto-monitorizzazione è risultata superiore alla "usual care", con una riduzione del rischio del 49% di eventi tromboembolici. I sanguinamenti sono stati simili in entrambi i gruppi e l'auto-monitorizzazione non ha avuto maggiori effetti sulla mortalità (ma neanche minori, in contrasto con altri report). Questi risultati sono migliori dell'auto-testing, in cui il test viene eseguito dal paziente ma la terapia viene regolata dal medico, però non si sono dimostrati uguali per tutti: infatti sono stati più evidenti nei soggetti di età inferiore a 55 anni e con protesi valvolari meccaniche, rispetto a quelli con fibrillazione  atriale (FA) e più anziani, forse per la maggiore coscienza che questi pazienti hanno della loro malattia. Certamente bisogna considerare l'alternativa dei nuovi anticoagulanti (dabigratan,  rivaroxiban, apixaban) che non necessitano di monitoraggio ed hanno risultati pari o superiori ai dicumarolici, ma ancora ci sono delle incertezze: per esempio vengono filtrati dal rene e quindi non vanno bene nell'insufficienza renale, non hanno antidoti e sono costosi.  Inoltre non sono ancora chiari i loro outcomes nei pazienti con protesi meccaniche e FA. Come si vede non c'è, per ora, una soluzione unica: vanno valutati i singoli casi (accessibilità ai controlli, protesi meccaniche, età e affidabilità del paziente) e sarà il medico a decidere quale sarà la soluzione più razionale per il suo paziente.
Heneghan C et al. The Lancet 2012; 379: 322-334

Torna ai contenuti | Torna al menu